Con l’ordinanza n. 14222 del 28 maggio 2025, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio cardine in materia fiscale:
👉 Spetta al contribuente dimostrare l’esistenza, la natura e l’inerenza dei costi dedotti, ovvero il loro legame effettivo con l’attività d’impresa.
Vediamo i punti essenziali della sentenza e un caso pratico che chiarisce come comportarsi in caso di verifica.
✅ 1. Prova dei costi dedotti
Quando l’Agenzia delle Entrate contesta una spesa dedotta in dichiarazione, è il contribuente che deve provare:
- Che il costo esiste davvero (es. con fattura, contratto, pagamento);
- Qual è la natura del costo (a cosa si riferisce: consulenza, acquisto, prestazione, ecc.);
- Che il costo è destinato all’attività d’impresa e non a scopi personali.
📌 Attenzione: questa prova deve essere originaria, cioè fornita in modo completo già in fase dichiarativa, non solo in risposta a una contestazione.
✅ 2. L’inerenza: elemento essenziale
Secondo l’art. 109 del TUIR, i costi sono deducibili solo se inerenti, cioè se rispondono a un’esigenza dell’impresa e rientrano nel ciclo produttivo.
💡 Esempio: un pranzo al ristorante può essere inerente se legato a una trattativa commerciale, ma solo se adeguatamente documentato con nota spese, nominativi degli ospiti e finalità.
Lo stesso vale per l’IVA: la detrazione è ammessa solo se i beni o servizi acquistati sono legati all’attività. In caso contrario, l’IVA è indetraibile.
✅ 3. Cosa può fare il Fisco
L’Agenzia delle Entrate può agire in due modi:
- Contestare che la prova è insufficiente o troppo generica;
- Presentare elementi contrari (es. uso privato del bene o servizio).
Tuttavia, l’onere della prova resta a carico del contribuente. Solo nei casi di richiesta di rimborso d’imposta vale l’inversione dell’onere probatorio.
✅ 4. Aspetti processuali: il ruolo dell’art. 2697 c.c.
Il Codice Civile stabilisce che:
- Il contribuente deve provare i fatti costitutivi del proprio diritto (es. dedurre un costo);
- Il Fisco deve provare i fatti estintivi o modificativi, ma non ha l’obbligo di provare che il costo è estraneo all’attività se la prova dell’inerenza è carente.
👉 La giurisprudenza più recente tende a riequilibrare il rapporto tra contribuente e Fisco, evitando automatismi e presunzioni favorevoli alla Finanza.
🔍 Esempio pratico
Una società di consulenza registra in bilancio una fattura di € 4.000 per “servizi pubblicitari”, deducendo la spesa e detraendo l’IVA.
Durante un controllo, l’Agenzia chiede chiarimenti. Emergono criticità:
- Nessun contratto o incarico formale;
- Fattura generica senza dettagli;
- Nessun preventivo, report, screenshot di campagne, pubblicazioni;
- Il fornitore non ha sito web né visibilità online.
📌 Risultato: la società non dimostra né l’effettività del servizio né il collegamento con l’attività d’impresa.
L’Agenzia disconosce la deduzione e la detrazione IVA.
Il contribuente ricorre, ma la Cassazione conferma la legittimità dell’atto: l’onere della prova non è stato assolto.
⚖️ Conclusioni
La sentenza si inserisce in un orientamento ormai stabile:
✅ I costi dedotti devono essere certi, documentati e inerenti all’attività;
✅ Il contribuente ha sempre l’onere della prova;
✅ Il Fisco può contestare, ma non deve provare l’estraneità del costo se la prova dell’inerenza manca.
Si tratta di un principio coerente con lo Statuto del contribuente, che vuole garantire equilibrio e trasparenza nel rapporto Fisco-contribuente, ma impone precisione e rigore documentale a chi intende beneficiare di agevolazioni o deduzioni.
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A cura della redazione di Malara & Associati





