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Manovra 2025, sale a 67 anni la pensione di vecchiaia in tutto il pubblico impiego

La Manovra 2025 armonizza i limiti ordinamentali dei dipendenti pubblici con i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia. Bonus Maroni anche sulle pensione anticipate.

La Legge di Bilancio 2025 alza a 67 anni il requisito per la pensione di vecchiaia di tutti i dipendenti pubblici  perchè sparisce il limite ordinamentale a 65 anni, elevato fino alla soglia anagrafica del trattamento di vecchiaia nei casi in cui erano previste distinzioni, torna la possibilità di trattenimento in servizio fino a 70 anni e il bonus Maroni viene esteso ai dipendenti del privato che raggiungono il requisito per la pensione anticipata ma che scelgono di restare a lavoro.

Limiti ordinamentali e pensione di vecchiaia nella PA

Dal 1° gennaio 2025 anche i dipendenti pubblici dovranno aspettare i 67 anni per andare in pensione.

Attualmente, ci sono limiti ordinamentali diversi per ciascuna amministrazione, per cui spesso l’età per la pensione di vecchiaia è pari a 65 anni. La misura li equipara al requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia e pertanto, di fatto, alza il requisito per l’età pensionabile per tutte le pubbliche amministrazioni, equiparandolo a quello del privato.

Non solo: sembra destinato a decadere anche il divieto di accettare la richiesta di trattenimento in servizio del dipendente pubblico. L’attuale legislazione prevede obbligatoriamente che nel pubblico impiego i lavoratori si debbano ritirare quando raggiungono il limite ordinamentale, sempre che abbiano un numero di contributi necessari per andare in pensione. Ora invece c’è una sorta di marcia indietro, per cui il dipendente pubblico può sempre chiedere, facoltativamente, di non ritirarsi.

In questo caso il datore di lavoro, quindi la pubblica amministrazione, potrà concedere il trattenimento in servizio fino a 70 anni. Entro determinati paletti: sembra che ci sia un limite pari al 10% delle nuove assunzioni autorizzate. Questo deve avvenire su base volontaria, nel senso che la PA non può obbligare un lavoratore a restare in servizio dopo aver maturato il diritto a pensione.

Bonus Maroni anche sulla pensione anticipata

Anche per i dipendenti privati c’è una norma che tende a stimolare la permanenza nel mondo del lavoro. Si tratta di un potenziamento del Bonus Maroni, che consente di non versare più la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore dipendente facendoli invece riconoscere in busta paga. Attualmente questa possibilità è prevista solo per chi matura il diritto alla Quota 103, dal 2025 è invece estesa anche a coloro che raggiungono il diritto alla pensione anticipata con i requisiti ordinari.

Quindi, dal 2025, sia i lavoratori che raggiungono 62 anni di età e 41 anni di contributi per la Quota 103, sia coloro che maturano 42 anni e dieci mesi di contributi (per gli uomini) o 41 anni e dieci mesi (per le donne), possono chiedere al datore di lavoro di non versare più la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore. Questi importi, invece che all’istituto previdenziale, confluiranno nella busta paga del lavoratore, andando quindi ad aumentare lo stipendio.

La quota di contributi a carico del datore di lavoro continuerà invece ad essere riconosciuta. Il montante contributivo, in base al quale si calcola la pensione, continuerà perciò a crescere sebbene in misura inferiore.

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